A Washington il voto sul budget rinvia i problemi ma ha spaccato i partiti

Il disegno di legge sul budget votato martedì sera alla Camera evita un ostacolo immediato, il “fiscal cliff”, e rimanda di un paio di mesi altri due problemi, il tetto del debito e i tagli alla spesa pubblica. Non sono effetti collaterali trascurabili del compromesso: i tagli sono la questione dirimente per la maggioranza del Partito repubblicano e durante il lacerante dibattito sul tetto del debito dell’anno scorso gli Stati Uniti hanno subìto il downgrade di Standard & Poor’s. Il presidente ha chiarito che non negozierà con i repubblicani sul debito, ma con la questione dei tagli ancora in sospeso è molto probabile che i dossier sul piatto finiscano per trasformarsi in camere di compensazione politica.
19 AGO 20
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New York. Il disegno di legge sul budget votato martedì sera alla Camera evita un ostacolo immediato, il “fiscal cliff”, e rimanda di un paio di mesi altri due problemi, il tetto del debito e i tagli alla spesa pubblica. Non sono effetti collaterali trascurabili del compromesso: i tagli sono la questione dirimente per la maggioranza del Partito repubblicano e durante il lacerante dibattito sul tetto del debito dell’anno scorso gli Stati Uniti hanno subìto il downgrade di Standard & Poor’s. Il presidente ha chiarito che non negozierà con i repubblicani sul debito, ma con la questione dei tagli ancora in sospeso è molto probabile che i dossier sul piatto finiscano per trasformarsi in camere di compensazione politica. Dopo un accordo che per definizione non soddisfa pienamente nessuno, entrambi i partiti hanno bisogno di conquistare un bottino politico che faccia dimenticare le cedevolezze da grande coalizione. Le divisioni della leadership repubblicana al Congresso sono scritte nei numeri. Lo speaker, John Boehner, si è prodotto in una inusuale violazione della Hastert Rule, la regola non scritta che impone di votare soltanto se la proposta di legge verrà approvata dalla maggioranza del partito che controlla la Camera. I repubblicani sono stati decisivi per l’approvazione ma soltanto 85 dei 241 deputati hanno votato a favore. Il giornale Hill aveva calcolato che Boehner poteva contare su poco meno di un centinaio di fedelissimi, calcolo che sarebbe stato corretto se il leader della maggioranza, Eric Cantor, e il suo secondo, Kevin McCarthy, non si fossero smarcati dalla linea dello speaker per guidare una fuoriuscita interna. E’ stata una fronda simbolica: le “young gun” del partito hanno aspettato che la legge avesse i voti necessari prima di esprimere il loro dissenso. Così ha fatto anche l’ex candidato vicepresidente Paul Ryan, ma invece di accodarsi ai “naysayers” ha votato per il compromesso, nel nome della “prudenza”: “Ci sono naturalmente aspetti della legge sui quali non sono d’accordo. Ma la domanda rimane: il popolo americano starà meglio se questa legge passa? In ultima analisi la risposta è sì. Sono venuto al Congresso per prendere decisioni difficili, non per fuggirle”, ha spiegato Ryan. Se alle defezioni nella leadership della Camera si aggiunge quella dell’ambizioso senatore Marco Rubio ci sono abbastanza elementi per un intrigo politico che promette di avere conseguenze di lungo periodo. La battaglia intrarepubblicana non si combatte nella stanza del vecchio establishment ma in quella delle nuove leve.
La natura dell’accordo non risparmia nemmeno ai democratici le faide interne. Per i liberal più radicali il compromesso raggiunto è la santificazione irrevocabile dei tagli fiscali voluti da Bush e gli aumenti di tasse soltanto per chi guadagna oltre 400 mila dollari (450 mila per le famiglie) è una conquista assai modesta per un presidente che prometteva giustizia sociale. Per il New York Times “fino a qualche anno fa l’accordo sulle tasse raggiunto martedì sarebbe stato un sogno per i repubblicani”, ma se si passa all’analisi del conservatore Wall Street Journal si trovano soltanto previsioni di aumento della pressione per tutti gli americani. La Casa Bianca ha il problema di apparire arrendevole, poco combattiva e sotto il ricatto del Gop; i conservatori corrono invece il rischio degli eccessi da intransigenza in un momento in cui gli americani vorrebbero vedere riforme sonanti e condivise contro la depressione. E’ qui che i Rubio e i Ryan arrivano a un bivio strategico: è più conveniente mostrarsi monolitici o duttili? Il marzo rovente di tagli e debito darà modo alle correnti di misurarsi ancora una volta.

I fondi per Sandy e la ribellione di Christie
A rendere la situazione ancora più fluida c’è il rifiuto della Camera di votare il finanziamento da 60,4 miliardi di dollari per i danni provocati da Sandy. I leader repubblicani alla Camera hanno bloccato l’iter, scatenando le ire congiunte di tutti i politici degli stati colpiti. Il deputato di New York Peter King ha minacciato di lasciare il partito, mentre i governatori Chris Christie e Andrew Cuomo hanno detto che l’indifferenza della Camera è “inescusabile”. In una conferenza stampa che è arrivata come un pugno nello stomaco repubblicano, il governatore del New Jersey ha tuonato contro la “politica tossica” dei leader della Camera e ha mandato un messaggio al Congresso: “Shame on you”. Boehner ha visto le delegazioni di New York e del New Jersey e ha spiegato che i fondi per Sandy saranno la priorità del nuovo Congresso. Come dire: è con la fronda che dovete prendervela, non con me.